Il destino di Guantanamo e le parole del giudice Scalia

Oggi a Torino l'Istituto Bruno Leoni ospiterà Antonin Scalia, Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1986, che terrà l'annuale “Discorso Bruno Leoni”. Scalia ha già anticipato alcuni temi in un'intervista a Marco Bardazzi sulla Stampa, parlando di Guantanamo, e facendolo senza troppa retorica: “Non vi piace Guantanamo? Bene, ma cosa dovremmo fare, lasciarli liberi di tornare a uccidere i nostri soldati o altra gente? Saremmo felici di rilasciarli in Italia. Diteci dove li volete, ve li spediamo".
11 AGO 20
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Oggi a Torino l'Istituto Bruno Leoni ospiterà Antonin Scalia, Giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1986, che terrà l'annuale “Discorso Bruno Leoni”, la principale conferenza pubblica organizzata dall’Istituto (una lezione frontale con l"’obiettivo di portare in Italia protagonisti della cultura economica e politica contemporanea, che possano contribuire ad un aggiornamento in senso liberale del discorso pubblico italiano"). Domani il Foglio pubblicherà l'integrale del suo intervento. Scalia parlerà di attivismo giudiziario e magistrati che fanno politica – criticandoli – e anche se ancora non si conoscono i dettagli del suo discorso, il battagliero giudice conservatore oggi ha già anticipato alcuni temi in un'intervista a Marco Bardazzi sulla Stampa. Inevitabilmente, Scalia ha parlato di Guantanamo, e lo ha fatto senza troppa retorica:
“Non vi piace Guantanamo? Bene, ma cosa dovremmo fare, lasciarli liberi di tornare a uccidere i nostri soldati o altra gente? Saremmo felici di rilasciarli in Italia. Diteci dove li volete, ve li spediamo. È un problema terribile, non c’è spazio per sensi di superiorità. E’ molto difficile trovare una soluzione. Non si possono celebrare processi ordinari per questa gente. Sono stati catturati sul campo di battaglia e nelle nostre aule servono testimoni, non fonti di prova indiziarie. Cosa dobbiamo fare, andare a cercare testimoni in Iraq e Afghanistan? Impensabile”.
Sull'argomento il Foglio ha pubblicato qualche settimana fa una lunga riflessione di Adriano Sofri (english version), il quale ha posto il problema dell'alimentazione forzata dei detenuti del carcere cubano, che "costano all’America più di una battaglia perduta". All'articolo di Sofri aveva risposto Giulio Meotti, provocando: "Sofri ha ragione, intubarli è sbagliato. Lasciamoli morire di fame". "I detenuti di Guantánamo vogliono morire “da martiri” – ha scritto – Israele, in nome della convenzione medica, li rispetta". Anche Christian Rocca, sul suo blog, aveva replicato a Sofri, usando argomenti analoghi a quelli di Scalia alla Stampa: "Guantanamo va chiusa. Ma il problema non è se il carcere speciale antiterrorismo vada chiuso. Tutti vogliono chiudere Guantanamo. Chiudere Guantanamo non migliorerebbe di una virgola le condizioni di vita dei carcerati. Non risolverebbe i problemi legali del loro status giuridico. I detenuti andrebbero in carceri peggiori di Guantanamo, dove invece le condizioni di vita reclusa sono, se si può dire, tra le migliori delle prigioni di massima sicurezza. Però si parla ancora di Guantanamo, malgrado la chiusura non risolva nulla".
Qualche giorno fa Barack Obama ha annunciato la fine delle restrizioni sui trasferimenti all'estero dei detenuti nel carcere di massima sicurezza di Guantanamo Bay, a Cuba. Il blocco durava dal gennaio 2011 e impediva che alcuni prigionieri giudicati di basso livello e pericolosità limitata, in particolare quelli di nazionalità yemenita, potessero essere consegnati alle autorità yemenite. Il discorso di Obama aveva come obiettivo quello di aprire una nuova fase nella dottrina antiterrorismo americana, che oggi sul Corriere Sergio Romano descrive come "metamorfosi di un leader", il quale avrebbe il merito di cambiare il senso all'espressione "guerra al terrorismo" ma ha anche le colpe, scrive Romano, di
avere proseguito l'azione del predecessore cercando inutilmente di vincere le guerre in Afghanistan e Iraq. Obama si lascia alle spalle, ritirando le truppe, due sanguinose guerre civili, due focolai destinati ad alimentare episodi di fanatica violenza come quelli recenti di Boston, Londra e Kabul.